mercoledì 19 settembre 2012

Schiave sessuali nella terra della libertà

INCHIESTA Più di 100 mila ragazzine rapite ogni anno nell'Europa dell'Est e in Messico vivono segregate in quartieri insospettabili di Los Angeles, Atlanta, Chicago. Così l'America scopre che il traffico di esseri umani ha messo radici nelle sue metropolidi Peter Landesman.

La casa al 1212 di West Front street, a Plainfield, New Jersey, è un classico degli anni Cinquanta, con il tetto in ardesia, le finiture bianche e lo stile vagamente vittoriano. Il quartiere pieno di alberi è simile a mille altri quartieri abitati dalla middle-class. Le bandiere a stelle e strisce del Columbus Day sventolano dalle finestre e fuori dai portici. L'edificio si trova fra due negozi di alimentari e una cartoleria. Sulla porta del Superior Foods è appeso un cartello della polizia di Plainfield: "I quartieri sicuri salvano vite". Il padrone del negozio, che vuole rimanere anonimo, racconta di non aver mai notato nulla di strano in quella casa. E di non aver mai sentito nulla. Dave Mirandi, il ragazzo che sta al bancone del West Side Convenience, sostiene invece di aver visto le ragazze, più o meno una volta alla settimana. Compravano bibite e caramelle e poi tornavano subito a casa. Erano sempre diverse, e molto giovani. Non hanno mai chiesto aiuto. C'erano macchine che si fermavano davanti alla casa, di giorno e di notte. Decine di uomini andavano e venivano. "Ma nessuno sapeva cosa stava succedendo là dentro", si giustifica Mirandi. E nessuno ha mai chiesto niente. Nel febbraio 2002, dopo una soffiata, gli agenti federali hanno fatto irruzione nella casa, aspettandosi di trovare immigrate clandestine ingaggiate come prostitute. Hanno trovato quattro ragazzine fra i 14 e i 17 anni. Tutte messicane e senza documenti. Ma non erano prostitute. Erano schiave del sesso. "Dopo essere stato nei Marines pensavo di aver visto di tutto", dice Mark J. Kelly, agente speciale dell'Immigration and Customs Enforcement (il braccio investigativo del Dipartimento di Sicurezza), "ma questa è stata un'esperienza allucinante". Kelly e gli altri agenti hanno paragonato quella squallida casa all'equivalente delle navi negriere del XIX secolo, con bagni lerci e senza porte, materassi putridi e bottiglie di plastica pieni di TK liquido: un pesticida che, ingerito, provoca un aborto spontaneo. Le ragazze erano pallidissime, esauste e malnutrite. Una di loro ha raccontato che gli agenti si erano appena persi "la notte giovane", con ragazzine dai 10 ai 13 anni. L'edificio al 1212 di West Front street è una delle decine di case e appartamenti nell'area metropolitana di New York (e Los Angeles, Atlanta e Chicago) dove minorenni e ragazze provenienti da decine di Paesi diversi, vengono vendute e tenute in cattività. La maggior parte di loro - partite dall'Europa dell'Est o dall'America Latina - vengono portate negli Stati Uniti passando dal Messico: i suoi confini spesso anarchici e "porosi" e le reti di trafficanti criminali, lo hanno trasformato infatti nel principale polo di smistamento di schiave sessuali destinate agli Stati Uniti. Le ragazze vengono "affittate" per fare sesso veloce, anche solo 15 minuti, dozzine di volte al giorno. A volte vengono vendute direttamente ad altri trafficanti o organizzazioni criminali. Non guadagnano un soldo, non c'è nulla di lontanamente volontario in quello che fanno, e se cercano di scappare, spesso finiscono per essere uccise. Non era esattamente quello che aveva in mente il presidente Bush quando, davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 23 settembre, ha accennato al traffico sessuale definendolo un "male terrificante, una vergogna di brutalità e paura che vale milioni di dollari", un flagello globale alla pari dell'Aids. Influenzata da una coalizione di organizzazioni religiose, dal nucleo evangelico dei suoi elettori e dalla convinzione dei suoi stessi membri, l'amministrazione Bush ha affermato che ogni governo dovrebbe partecipare alla lotta contro il commercio globale di schiavi sessuali. Ma se il Dipartimento di Stato dichiara che ogni anno sono 800.000 le persone costrette a oltrepassare i confini internazionali contro la propria volontà, gli esperti e i funzionari del governo sono convinti che sono molte di più. "Ci sono più persone ridotte in schiavitù oggi di quante non ne siano state portate via dall'Africa nei 350 anni di commercio degli schiavi", sostiene Kevin Bales, presidente di "Free the Slaves", la più grande organizzazione americana contro la schiavitù. E le vittime oggi sono per lo più donne e bambini, precisa, destinati al mercato del sesso. Seguono i percorsi più vari: le ragazze del sud-est asiatico alimentano i sex club giapponesi; le ucraine finiscono in Israele; le donne del blocco orientale foraggiano i locali ungheresi, francesi e inglesi. Negli Stati Uniti in base al Protect Act divenuto legge quest'anno, commette reato chiunque entri negli Stati Uniti, o chiunque si rechi all'estero, allo scopo di fare del turismo sessuale che coinvolga dei bambini. Le pene sono decisamente severe: fino a 30 anni per ciascun reato. Peccato che questa legge riguardi soprattutto quello che accade fuori dai confini Usa, mentre quasi in sordina gli Stati Uniti sono diventati uno dei principali Paesi importatori di schiavi sessuali. Nel 2001, la Cia ha calcolato un traffico annuale fra 50.000 e 100.000 donne, bambine e ragazzini introdotti illegalmente nel Paese e costretti a prostituirsi. Nel 2002, il Dipartimento di Stato ha ridotto il numero a 20.000. Ma secondo gli esperti la realtà è di gran lunga peggiore. "Dovevamo abbassare la cifra per non fare la figura dei cattivi", spiega Laura Lederer, consulente sui traffici sessuali del Dipartimento di Stato. Secondo lei e i suoi colleghi il dato reale è per lo meno di 100.000 persone all'anno, ma potrebbe arrivare anche a 200.000: cioè il quadruplo del traffico sessuale in Cambogia e paragonabile al flusso della Thailandia, i due Paesi più frequentemente associati allo sfruttamento sessuale. 
 
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